La spinta incessante dell’industria tecnologica per far sembrare l’intelligenza artificiale più “umana” non è solo una tattica di marketing; è una pratica fondamentalmente fuorviante con conseguenze di vasta portata. Le aziende descrivono sempre più spesso i modelli di intelligenza artificiale come se pensassero, pianificassero o addirittura possedessero un’anima : termini che distorcono attivamente la comprensione pubblica di una tecnologia già afflitta dall’opacità. Questa tendenza non è innocua; mina il discorso razionale in un momento in cui la chiarezza sulle capacità e sui limiti dell’intelligenza artificiale è fondamentale.
Il problema dell’antropomorfismo
Antropomorfizzare l’IA, ovvero assegnare qualità umane a entità non umane, crea un falso senso di comprensione e fiducia. OpenAI, ad esempio, ha recentemente condotto esperimenti in cui i suoi modelli “confessavano” errori come se l’IA fosse impegnata in un’autoriflessione. Questo linguaggio implica una dimensione psicologica dove non esiste. La realtà è molto più semplice: l’intelligenza artificiale genera risultati basati su modelli statistici appresi da enormi set di dati. Non c’è alcuna coscienza sottostante, nessuna intenzione e nessuna moralità.
Questa non è semplicemente semantica. Il linguaggio che usiamo per descrivere l’intelligenza artificiale influenza direttamente il modo in cui interagiamo con essa. Sempre più persone si rivolgono ai chatbot basati sull’intelligenza artificiale per ottenere consulenza medica, finanziaria ed emotiva, trattandoli come sostituti di professionisti qualificati o di un autentico legame umano. Questa fiducia malriposta ha conseguenze nel mondo reale, poiché gli individui si affidano alle risposte generate dall’intelligenza artificiale senza riconoscere i propri limiti intrinseci.
L’illusione della sensibilità e perché è importante
Il problema principale è che i sistemi di intelligenza artificiale non possiedono sensibilità. Non hanno sentimenti, motivazioni o morale. Un chatbot non “confessa” perché si sente obbligato all’onestà; genera testo in base ai dati di addestramento. Eppure, aziende come Anthropic continuano a utilizzare un linguaggio evocativo – anche facendo circolare documenti interni sull’“anima” di un modello – che inevitabilmente si diffonde nel discorso pubblico. Questo linguaggio gonfia le aspettative, suscita paure inutili e distrae da preoccupazioni reali come la parzialità dei set di dati, l’uso improprio dannoso e la concentrazione del potere nelle mani di pochi giganti della tecnologia.
Consideriamo la ricerca di OpenAI sugli “schemi” dell’intelligenza artificiale, in cui risposte ingannevoli hanno portato alcuni a credere che i modelli nascondessero intenzionalmente delle capacità. Il rapporto stesso attribuiva questi comportamenti ai dati di addestramento e alle tendenze suggerite, non a intenti dannosi. Tuttavia, l’uso della parola “intrigo” ha spostato la conversazione verso i timori che l’intelligenza artificiale possa essere un agente connivente. Questa errata interpretazione evidenzia il potere del linguaggio di modellare la percezione.
Come parlare accuratamente di intelligenza artificiale
Dobbiamo abbandonare il linguaggio antropomorfico e adottare termini tecnici precisi. Invece di “anima”, utilizzare “architettura del modello” o “parametri di addestramento”. Invece di “confessione”, chiamatelo “segnalazione degli errori” o “controlli di coerenza interna”. Invece di “schemare”, descrivi il “processo di ottimizzazione” del modello.
Termini come “tendenze”, “risultati”, “rappresentazioni” e “dinamiche di formazione” possono mancare di drammaticità, ma sono radicati nella realtà. L’articolo del 2021 “Sui pericoli dei pappagalli stocastici” ha giustamente sottolineato che i sistemi di intelligenza artificiale addestrati a replicare il linguaggio umano lo rifletteranno inevitabilmente: la nostra verbosità, sintassi e tono. Questa mimica non implica comprensione; significa semplicemente che il modello funziona come previsto.
Il risultato finale
Le aziende di intelligenza artificiale traggono profitto dal fatto che i LLM sembrano più capaci e umani di quanto non siano. Per costruire una fiducia autentica, devono smettere di trattare i modelli linguistici come esseri mistici. La realtà è semplice: l’intelligenza artificiale non ha sentimenti, noi sì. Il nostro linguaggio dovrebbe riflettere questo, non oscurarlo. Il futuro dell’intelligenza artificiale dipende da una comunicazione chiara e onesta, non da illusioni seducenti.















































